Capitolo XXIII
IL TEMPO DEL SE'
Ora il "Costruttore" intraprendeva il viaggio di ritorno verso il nord, per tornare alle sue terre, solcate dal mare, dalle quali era venuto spinto da un richiamo che aveva il suono del destino. Davanti a quel tumulo che ricordava non tanto un uomo e la sua saggezza, quanto il perpetuarsi del mistero del Merlino, il "Costruttore" sostò in silenzio, meditando sul tempo senza tempo, sulla vita e sulla morte, su quel sottile confine che separa i mondi, tra di loro tanto vicini e spesso, quasi sempre, tanto lontani. Ad un tratto la sua vista si oscurò e l'erba del prato cominciò a fluttuare in un fluido indistinto, trasmutandosi lentamente nell'oscillare delle alghe cullate dalle onde minute della marea calante. Davanti a sé ora aveva il mare, la vasta spiaggia lasciata nuda dall'acqua che lentamente si ritirava, il brulichio dei piccoli esseri marini che s'infrattavano, inseguendo l'oceano che abbandonava la terra. Una voce lo raggiunse dalle profondità del tempo e dello spazio.
"Ebbi nome Amergin.
Fui derwidd in Armor.
Il letto è duro sotto di me, il corpo stanco.
Le gambe, che pure fecero molte leghe,
ora sono dormienti e più non le sento.
Gli occhi hanno lacrime e mi bagnano il viso.
Tempo del grande tumulo.
Ascolta, amico imperfetto. Oh, non ostinarti,
non attardarti oltre nel "maiale cucinato".
Dentro la laguna pulita del mare
osservo il luccichio del sole dal piccolo buco.
Figli, nel vitreo folle buco
è modesto il luccichio del sole.
Non attardarti oltre a metter fine
allo sguardo da te stesso corrucciato.
Vai oltre te stesso. Vedi.
Andando dal piccolo al grande buco.
Passate come frecce sul piccolo buco.
Entrate attraverso Mor.
Entrate attraverso Gorr.
La colonna della vela non è più;
ammaina la vela;
è intatta la colonna della vela.
Il druida non è più.
Viene il tempo del Sé".
"Le lacrime, come gocce di mare, salano l'oceano e i miei occhi stanchi vedono il biancore accecante delle vele in alto. Il giorno declina e le stelle appaiono al fine per guidarmi a casa; nella dimora celeste per riposare, dopo il lungo peregrinare di questo transito terrestre. Non ho debiti, non ho rimpianti. Vi ho amati tutti, figli miei, e tornerò per riprendere da dove lascio, e ancora e ancora una volta, come ora, ad accudire tutte le creature, le più minute, le più giganti nello stesso modo. Tutti i fili d'erba sotto il sole, ciascun figlio amato al pari degli altri. Ma ora sono stanco, è ora di salpare. Le stelle occhieggiano come gioielli che trapuntano il manto azzurro della terra. Il biancore è la celeste dimora. Ho ancora qualche cosa da dire figli miei, domani è tardi. Voi siete qui ora per guidare la spoglia mortale verso la sua dimora d'acqua. Non potrei pensare a casa migliore per questo corpo storpiato dal tempo che alla dimora di Manannan Mac Lyr, con le chiome dell'erba di marea fare da tappeto e i pesci del mare a tessere arazzi di colore sui bianchi scogli della dimora dell'azzurro sire. Il suono dei gabbiani porta la giovinezza, ma non c'è tempo e devo dirvi un'ultima cosa. Custodite gelosi i tesori del cuore perché è tempo di andare e ....".
Una mano aveva toccato il braccio del "Costruttore" e la voce si era spenta in una eco lontana. Lo stavano invitando alla festa con la quale il villaggio intendeva ringraziarlo per la sua opera. Chiese
ancora un attimo di tempo. Voleva tentare di sentire ancora, per sapere cosa mancava a quel messaggio, che percepiva importante per la sua vita. Aveva visto la sua morte futura? Gli era arrivato
un ricordo di una vita già vissuta? Chi gli aveva parlato? La risposta venne improvvisa, da un'altra voce, con un timbro più secco e risoluto:
"Un certo caldo amico, vecchio 'mangiapesci'.
Anima di grande qualità, Amergine.
Meraviglioso.
Fermento onorabile.
Canta con grande vigore
della propria forza d'animo.
Taliesin dal tumulo".

Un brivido percorse il corpo del "Costruttore", facendolo impallidire. Taliesin gli stava dicendo che chi gli aveva parlato era Amergin. Le porte del tempo si erano di nuovo aperte. I mondi erano vicini.
Comunicavano.
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